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 MARCHIO LA MORGIA

 

A proposito di responsabilità delle società, uno dei reati richiamati dall’articolo 25 bis-1 del D.lgs. 231/2001, con diretta attinenza ai prodotti agroalimentari, è l’art. 516 c.p.c rubricato “Vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine”.

La suddetta norma punisce, con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino ad Euro 1.032,00, chiunque pone in vendita o mette altrimenti in commercio come genuine sostanze alimentari non genuine.

Il delitto in questione, come si evince dal tenore letterale della norma in cui il legislatore ha previsto la punizione della semplice immissione sul mercato, è un reato di pericolo e, a differenza dell’art. 515 c.p., rappresenta una forma di tutela anticipata, in quanto relativo ad un momento precedente rispetto al rapporto commerciale che si è instaurato tra due soggetti.

Quanto al bene giuridico tutelato e all’elemento soggettivo richiesto per la configurabilità del reato previsto dall’art. 516 c.p. valgono le analoghe considerazioni svolte relativamente al reato precedentemente esaminato.

Per quanto concerne la condotta materiale, ciò che deve essere posto immediatamente in rilievo è il significato attribuito al termine “genuinità”.

Ebbene, secondo le coordinate interpretative dettate nel corso degli anni dalla giurisprudenza, il concetto di genuinità può essere inteso secondo l’accezione di tipo naturale, che sottintende l’assenza di un’artificiosa alterazione dei prodotti nella loro essenza e nella loro composizione normale mediante aggiunta di sostanze estranee o sottrazione di principi nutritivi caratteristici. o secondo l’accezione di tipo formale, ossia quella fissato dal legislatore con la indicazione dei requisiti essenziali per qualificare un determinato tipo di prodotto come alimentare.

Ulteriore specificazione necessaria è quella relativa al termine “alimentare” contenuto nella norma, giacchè, come è stato precisato dalla giurisprudenza, il legislatore in alcun modo ha inteso riferirsi unicamente alle ai prodotti alimentari solidi, ma anche a quelli liquidi o gassosi destinati all’alimentazione.

Come già osservato, la condotta sanzionata per la configurabilità del reato consumato è la vendita o la immissione in commercio di prodotti non genuini che coincidono con il momento in cui il bene non è più nella disponibilità del produttore, poiché introdotto nel mercato per la sua commercializzazione. Con tale previsione, il legislatore ha inteso punire qualsivoglia operazione indirizzata e orientata al commercio di prodotti alimentari non genuini che, si badi bene, non vuol significare che debbano essere potenzialmente dannosi per la salute pubblica, altrimenti si incorrerebbe nel reato previsto dall’art. 444 c.p..

Quanto alle condotte punite, la giurisprudenza ha ritenuto che integra il reato di cui all’art. 516 c.p. la messa in vendita di prodotti scaduti solo nel caso in cui possa essere dimostrato che essi abbiano perduto le loro qualità specifiche, a nulla rilevando il semplice superamento della data di scadenza, così come ad esempio avvenuto per la vendita di patatine scadute che avevano altresì perduto la loro freschezza e fragranza, qualità specifiche che il consumatore si aspetta; configura il reato in esame anche la produzione di cibi o bevande effettuata senza il rispetto delle prescrizioni imposte dal relativo disciplinare, come nell’ipotesi di formaggio venduto come Parmigiano Reggiano, sebbene prodotto senza rispettare il d.P.R. del 09.02.1990; la vendita come carne di puro suino contenente, invece, anche quantitativi di carne bovina; l’impiego nella produzione di ricotta fresca di siero di latte in polvere; la produzione di vino spumante privo dei requisiti dai regolamenti dell'Unione europea e dalla legislazione nazionale in relazione alla gradazione alcolica, al contenuto di zuccheri, ai residui e alla sovrapressione dell'anidride carbonica inferiori ai valori minimi stabiliti.

Anche per il reato previsto dall’art. 516 c.p. la giurisprudenza ha ammesso la configurabilità del tentativo che si realizza ogniqualvolta la merce non genuina è ancora nella detenzione del produttore che non ancora la immette nel commercio, ma compie atti idonei in modo non equivoco alla vendita del prodotto, come accaduto nell’ipotesi di trasferimento, dallo stabilimento di produzione ad un deposito, di vino già imbottigliato ed etichettato.

 



I.                 IL CASO

Con la decisione del 09 settembre 2021, nella causa C-783/19, la Corte di Giustizia UE ha chiarito l’ambito di applicazione dell’art. 103 del Regolamento UE n. 1308/2013, precisando che tale norma riconosce una protezione ad ampio raggio alle denominazioni di origine o alle indicazioni geografiche, estendendo la tutela anche nei confronti di servizi che indebitamente sfruttano la notorietà dei prodotti che beneficiano della protezione giuridica in questione.

La vicenda vede coinvolti il Comitè Interprofessionel du Vin de Champagne, organizzazione che gestisce gli interessi comuni dei produttori di champagne, e GB, proprietario di una catena di tapas bar spagnoli.

Il primo ha proposto ricorso dinanzi allo Juzcado de lo Mercantil de Barcelona affinchè inibisse a GB l’utilizzo del segno Champanillo sui vari social network, imponesse di ritirare ogni insegna e pubblicità con tale segno e, infine, cancellasse il dominio internet “champanillo.es”.

Infatti, secondo la ricorrente, la condotta censurabile posta in essere da GB consisterebbe nell’utilizzo, da parte di quest’ultima, di designare e promuovere la catena di tapas bar mediante il segno Champanillo associato ad una grafica raffigurante due calici riempiti con una bevanda spumante.

A sua difesa GB ha sostenuto che l’utilizzo del segno in questione non genera alcuna confusione con la DOP Champagne e che non vi è mai stata l’intenzione di sfruttare la popolarità di tale DOP.

Il Giudice spagnolo di primo grado ha rigettato il ricorso del Comitè Interprofessionel du Vin de Champagne, ritenendo legittimo l’utilizzo del segno e non violate le norme a tutela della DOP, in quanto il segno Champanillo è utilizzato esclusivamente in relazione alla catena di tapas bar e, quindi, per designare e promuovere prodotti differenti rispetto a quelli tutelati dalla DOP Champagne, nonchè destinati ad un pubblico differente.

Tale decisione, si inserisce nel solco giurisprudenziale spagnolo segnato da una sentenza della Corte Suprema del 2016 a mente della quale è stato escluso che il segno Champìn, utilizzato per commercializzare una bevanda gassata analcolica destinata ad un pubblico di bambini, potesse violare la normativa a tutela della DOP Champagne, in quanto differente per caratteristiche del prodotto e per soggetti destinatari, a nulla rilevando la somiglianza fonetica.

La decisione relativa al caso in commento è stata puntualmente impugnata dal Comitè Interprofessionel du Vin de Champagne dinanzi all’Audienca Provincial de Barcelona che, durante il grado di appello, ha deciso di sottoporre alla Corte di Giustizia UE alcune questioni pregiudiziali vertenti: sull’estensione della tutela delle DOP, non solo rispetto a prodotti simili, ma anche ai servizi potenzialmente connessi a tali prodotti che sfruttano la notorietà della denominazione protetta; se il rischio di violazione per evocazione necessita di una valutazione prodromica sull’effetto provocato sul consumatore medio o se tale valutazione debba essere eseguita sulla comparabilità tra i prodotti qualora essi abbiano tratti in comune con uno di quelli protetto da una DOP; se il predetto rischio debba essere valutato mediante l’utilizzo di parametri oggettivi o se debba essere graduato tenendo conto della tipologia di prodotto.

II.             LE QUESTIONI GIURIDICHE E LA DECISIONE DELLA CORTE

Le questioni pregiudiziali sollevate dalla Corte di Giustizia UE vertono sull’interpretazione dell’art. 103 del Regolamento UE n. 1308/2013.

In primo luogo, la Corte precisa che, in virtù del paragrafo 2, lettera B), del summenzionato articolo, le denominazioni di origine protetta, le indicazioni geografiche protette e i vini che godono della tutela prevista da tali denominazioni sono protetti contro qualsivoglia “usurpazione, imitazione o evocazione, anche se l’origine vera del prodotto o servizio (…)”.

Pertanto, concordando con quanto ricordato dall’avvocato generale nelle sue conclusioni, la Corte precisa che nell’ambito di applicazione della tutela conferita dalla DOP rientra qualsiasi uso della stessa sia in relazione ai beni in senso stretto, sia ai servizi ad essi connessi.

Tale interpretazione è coerente con il contesto normativo nel quale è inserito l’art. 103 del citato Regolamento, atteso che, il considerando 97 recita testualmente “le denominazioni di origine e le indicazioni geografiche registrate dovrebbero essere protette dagli usi che sfrut­tano la notorietà dei prodotti conformi. Per incoraggiare la concorrenza leale e non trarre in errore i consumatori, la protezione dovrebbe essere estesa anche ai prodotti e ai servizi non disciplinati dal presente regolamento”.

Non solo, la suddetta interpretazione risulta altresì conforme agli obiettivi perseguiti con detto Regolamento nell’ambito della politica agricola comune, poiché, come si è espressa più volte la Corte di Giustizia, “le denominazioni sono dirette a garantire che il prodotto a cui sono attribuite provenga da una zona geografica determinata e possieda talune caratteristiche particolari. Esse possono godere di una grande reputazione presso i consumatori e costituire per i produttori che soddisfano le condizioni per usarle un mezzo essenziale per costituirsi una clientela. La reputazione delle denominazioni di origine dipende dall'immagine di cui queste godono presso i consumatori e, a sua volta, tale immagine dipende, essenzialmente, dalle caratteristiche particolari e, in generale, dalla qualità del prodotto. È quest'ultima, in definitiva, che costituisce il fondamento della reputazione del prodotto. Nella percezione del consumatore, il nesso tra la reputazione dei produttori e la qualità dei prodotti dipende, inoltre, dalla sua convinzione che i prodotti venduti con la denominazione di origine sono autentici”(Corte di Giustizia, sent. del 20 maggio 2003 nella causa C-108/01 Consorzio del Prosciutto di Parma, Salumificio S. Rita S.p.A. contro Asda Stores Ltd, Hygrade Foods Ltd).

In secondo luogo, valutando congiuntamente la seconda e la terza questione pregiudiziale, la Corte sottolinea che la nozione di “evocazione”può riguardare sia l’ipotesi in cui la parte di un segno di una DOP sia incorporato in un segno di un altro prodotto o servizio che non beneficia di tale protezione così da ingenerare in errore il consumatore, sia l’ipotesi in cui tra due prodotti, uno DOP e l’altro no, vi sia un’affinità visiva e fonetica o anche una vicinanza concettuale.

Sebbene, in siffatte ipotesi potrebbe sussistere l’evocazione di una DOP, tali criteri non devono essere considerati gli unici sui quali doversi fondare, poiché, secondo la Corte, è invece necessario verificare se il segno contestato possa richiamare direttamente ed in modo univoco nella mente del consumatore medio, come immagine di riferimento, il prodotto tutelato dalla DOP. La Corte precisa ancora che detto richiamo possa concretizzarsi ed estrinsecarsi in svariate modalità, come ad esempio quelle sopra indicate, e spetta al giudice nazionale, quello di rinvio, accertare caso per caso se l’evocazione possa ritenersi configurata.

III.           OSSERVAZIONI

La decisione in esame della Corte di Giustizia nella causa C-783/19 ha il merito di aver ampliato la tutela delle DOP e delle indicazioni geografiche protette, precisando che esse devono essere salvaguardate anche nel caso in cui il segno contestato sia utilizzato per indicare la prestazione di un servizio. 

L’interpretazione fornita del Regolamento UE n. 1308/2013 risulta di rilevante interesse, specie nel contesto commerciale odierno in cui i consorzi si trovano a dover fronteggiare costantemente l’uso illegittimo di marchi e segni che sfruttano la notorietà di quelli tutelati dalla normativa europea e nazionale.

Non solo, con tale pronuncia, semmai fosse necessario, si consolida la centralità e la protezione del consumatore medio, ormai sempre maggiormente attento alla qualità dei prodotti e indicato come focusimprescindibile della normativa comunitaria.

 

La Legge n. 159/2020, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 03.12.2020, ha integrato sia l’articolo 180, comma 4, sia l’art. 182-bis della Legge Fallimentare, ossia gli articoli in materia di concordato preventivo e di accordi di ristrutturazione dei debiti.

Tali innovazioni prevedono che “l tribunale omologa il concordato preventivo anche in mancanza di voto da parte dell’Amministrazione finanziaria o degli enti gestori di forme di previdenza o assistenza obbligatorie quando l’adesione è determinante ai fini del raggiungimento delle maggioranze di cui all’articolo 177 e quando, anche sulla base delle risultanze della relazione del professionista di cui all’articolo 161, comma 3, la proposta di soddisfacimento della predetta Amministrazione o degli enti gestori di forme di previdenza o assistenza obbligatorie è conveniente rispetto all’alternativa liquidatoria”“Il tribunale omologa l’accordo anche in mancanza di adesione da parte dell’amministrazione finanziaria o degli enti gestori di forme di previdenza o assistenza obbligatorie quando l’adesione è decisiva ai fini del raggiungimento della percentuale di cui al primo comma e quando, anche sulla base delle risultanze della relazione del professionista di cui al medesimo comma, la proposta di soddisfacimento della predetta amministrazione o degli enti gestori di forme di previdenza o assistenza obbligatorie è conveniente rispetto all’alternativa liquidatoria.”

In altri termini, il Giudice, differentemente da quando accadeva precedentemente, può omologare il concordato o l’accordo di ristrutturazione anche quando l’Amministrazione finanziaria o gli Enti previdenziali non abbiano espresso la loro adesione.

E’ proprio sulla locuzione verbale “anche in mancanza di adesione” che dottrina e giurisprudenza esprimono i propri orientamenti, provando ad interpretare se la predetta previsione comporti il potere del giudice di omologazione solo in caso di mancato voto o anche in caso di voto espresso e contrario.

La giurisprudenza maggioritaria e più recente sembra propendere per la prima tesi, ossia quella secondo la quale l’omologazione possa essere concessa solo in mancanza di adesione.

Ad ogni buon conto, è chiaro che l’intento del legislatore consiste nell’agevolare l’omologazione degli accordi e delle proposte di concordato, convenienti rispetto all’ipotesi liquidatoria anche in base alle risultanze del professionista, che rischierebbero di essere rigettate per inerzia o mancanza di adesione immotivata.

Dopo 7 anni dalla pubblicazione delle linee guida del 2014, a giugno 2021 Confindustria ha aggiornato le Linee Guida per la costruzione dei Modelli di organizzazione, gestione e controllo ai sensi del Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231.
Mediante il predetto documento, Confindustria si propone di “offrire alle imprese che abbiano scelto di adottare un modello di organizzazione e gestione una serie di indicazioni e misure, essenzialmente tratte dalla pratica aziendale, ritenute in astratto idonee a rispondere alle esigenze delineate dal decreto 231.”
Di seguito si indicano e si riassumono le principali indicazioni fornite dall’associazione di categoria. 

I.              INDIVIDUAZIONE DEI RISCHI E DEI PROTOCOLLI

Le fasi principali in cui il sistema di prevenzione dei rischi 231 dovrebbe articolarsi sono le seguenti:

a)     l’identificazione dei rischi potenziali: ossia l’analisi del contesto aziendale per individuare in quali aree o settori di attività e secondo quali modalità si potrebbero astrattamente verificare eventi pregiudizievoli;
b)     la progettazione del sistema di controllo (cd. “protocolli” per la programmazione della formazione e attuazione delle decisioni dell’ente), ossia la valutazione del sistema esistente all’interno dell’ente per la prevenzione dei reati ed il suo eventuale adeguamento, in termini di capacità di contrastare efficacemente, cioè ridurre ad un livello accettabile, i rischi identificati. A tal proposito, si precisa che per livello accettabile deve intendersi come sistema di prevenzione che può essere aggirato se non fraudolentemente,
c)     le componenti sopra descritte devono integrarsi organicamente in un’architettura del sistema che rispetti una serie di principi di controllo;
d)     whistleblowing: le imprese dotate del modello organizzativo 231 devono disciplinare le modalità per effettuare le segnalazioni e le modalità di gestione delle stesse, distinguendo fasi e responsabilità, eventualmente con una procedura ad hoc.

I passi operativi che l’ente dovrà compiere per attivare un sistema di gestione dei rischi coerente con i requisiti imposti dal decreto 231 sono i seguenti:

1)     Il compimento di una revisione periodica esaustiva della realtà aziendale, con l’obiettivo di individuare le aree che risultano interessate dal potenziale compimento di taluno dei reati previsti dalla normativa;
2)     l’analisi dei potenziali rischi che deve aver riguardo alle possibili modalità attuative dei reati nelle diverse aree aziendali, individuate secondo il processo di cui al punto precedente; 
3)     valutazione del sistema di controlli preventivi eventualmente esistente e con il suo adeguamento quando ciò si riveli necessario, ovvero con la sua costruzione quando l’ente ne sia sprovvisto; 

II.             CODICE ETICO O DI COMPORTAMENTO E SISTEMA DISCIPLINARE 

a)     Il Codice Etico

L’adozione di principi etici rilevanti ai fini della prevenzione dei reati 231 costituisce un elemento essenziale del sistema di controllo preventivo. Tali principi possono essere inseriti in un codice etico o di comportamento.
Tali codici mirano a raccomandare, promuovere o vietare determinati comportamenti, indipendentemente da quanto previsto a livello normativo, e possono prevedere sanzioni proporzionate alla gravità delle eventuali infrazioni commesse. I codici etici sono documenti voluti ed approvati dal massimo vertice dell’ente. Il Codice etico dovrebbe focalizzarsi sui comportamenti rilevanti ai fini del decreto 231.

b)     Il sistema disciplinare

Un punto qualificante nella costruzione del modello è costituito dalla previsione di un adeguato sistema sanzionatorio per la violazione delle norme del Codice etico, nonché delle procedure previste dal modello. Infatti, per valersi dell’efficacia esimente del modello, l’ente deve assicurarsi che questo sia adottato, ma anche efficacemente attuato. 
Il modello dovrebbe, cioè, individuare nel dettaglio le misure disciplinari cui si espone chiunque non osservi le misure organizzative adottate, ricollegando a ciascuna violazione o gruppo di violazioni le sanzioni applicabili, in una prospettiva di gravità crescente. 

III.           L’ORGANISMO DI VIGILANZA

L’organismo di vigilanza, deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza del modello e di curarne l’aggiornamento, deve svolgere le seguenti attività:

a)     vigilare sull’effettività del modello, cioè sulla coerenza tra i comportamenti concreti e il modello istituito; 
b)     esaminare l’adeguatezza del modello, ossia della sua reale capacità di prevenire i comportamenti vietati; 
c)     analizzare il mantenimento nel tempo dei requisiti di solidità e funzionalità del modello; 
d)     curare il necessario aggiornamento in senso dinamico del modello, nell’ipotesi in cui le analisi operate rendano necessario effettuare correzioni ed adeguamenti. 

 

 

 

 

 

 

Con la decisione n.7132/2021 del 15.03.2021 l’Arbitrato Bancario Finanziario (Collegio di Roma) ha riconosciuto ad un risparmiatore, assistito dall’avvocato Francesco Giancristofaro dello Studio Legale La Morgia, il risarcimento del danno (in un importo pari al capitale investito) in caso di buoni postali fruttiferi prescritti, ma emessi dalle Poste Italiane in violazione degli obblighi informativi e di trasparenza nonché in ragione della mancata consegna del foglio informativo analitico.

I ricorrenti credevano che fossero buoni postali ordinari, di quelli che solitamente durano 20 o 30 anni, investimenti che le famiglie fanno per lasciare qualcosa a figli e nipoti. Invece, al momento della riscossione, si sentirono dire che erano prescritti.
A quel punto si è reso necessario ricorrere all’Arbitro bancario finanziario, che è un organismo di risoluzione stragiudiziale delle controversie presso la Banca d'Italia, per contestare il diniego al rimborso dei buoni postali per prescrizione. 

Ebbene l’Abf ha stabilito che, laddove sia mancata la consegna del foglio informativo analitico Poste Italiane non ha correttamente adempiuto al proprio obbligo informativo e quindi pur in presenza di buoni prescritti deve risarcire il danno con una somma pari a quella investita.

A seguito della suddetta decisione, Poste Italiane ha adempiuto tempestivamente al pagamento di quanto stabilito dall’ABF.

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Lo studio nasce a Lanciano nel 1987 dall’iniziativa dell’Avv. Camillo La Morgia ed oggi riunisce professionisti con differenti background e competenze consolidate in una varietà di settori del diritto.

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